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sabato 7 novembre 2020

Da uno sguardo ristretto, una presunzione sfacciata.

Vedere una storia o fotografare un istante

 

Mt 20,1-16

 

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «1 Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». 5Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». 7Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna».

8Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». 9Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. 11Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». 13Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: 15non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». 16Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».


Non è degli uomini la giustizia, ma di Dio. Il padrone di questa vigna è ineccepibile. Egli da ai primi secondo i patti, agli ultimi secondo il suo giudizio, che è giudizio saggio, di chi conosce la realtà fino in fondo, di chi ha guardato bene negli occhi coloro che ha chiamato per ultimi, e vi ha visto dipinta dentro la frustrazione esasperata di chi è stato privato delle possibilità iniziali. Costoro non hanno avuto nemmeno l’occasione di esprimersi, di mostrare il loro valore, di guadagnarsi il pane per un giorno, perché nessuno li ha presi a giornata. Quella che questi tali patiscono, è un’ingiustizia sottile, che sta dentro la trama delle cose, dentro le pieghe del quotidiano. Un’ingiustizia che i nostri occhi faticano molto a scorgere, anzi, spesso non la vedono per niente. 

Al contrario, spesso l’uomo vede solo se stesso, giudica tutto a partire da se stesso, pretende che il suo punto di vista sia esaustivo. Ritiene tutto ovvio ed evidente. Non è forse evidente che chi ha lavorato meno debba guadagnare meno? E se domani questi stessi che hanno lavorato tutto il giorno si trovassero a non essere presi a giornata da nessuno, che cosa direbbero? Sarebbe giusto per loro rimanere senza lavoro, senza prospettive, senza sostentamento? 

Nel regno dei cieli la giustizia funziona bene. Il Signore non la amministra a partire da criteri arbitrari, e nemmeno in base ad uno sguardo corto, accecato, magari dalla giustizia. Il suo occhio non è cattivo, malato di invidia, ripiegato ossessivamente su se stesso. Egli conosce la vita dell’uomo, di ogni uomo. Conosce ciascuno di noi molto meglio di quanto non ci conosciamo noi stessi. Conosce le fatiche che neghiamo, gli ostacoli del cuore di cui non abbiamo coscienza, i pesi che portiamo senza riconoscerli o vederli. Conosce profondamente il nostro cuore, e non valuta solo gli esiti finali, ma tutto il percorso della nostra vita, a partire dalle condizioni di partenza, che egli conosce approfonditamente e non in modo superficiale. 

Nel regno, la giustizia è prima di tutto a favore del debole, di colui che non ha avuto le possibilità che erano giuste. Nel regno la giustizia è quella del Padre, e i discepoli del regno, si fidano del suo sguardo,  perché lo riconoscono più limpido e profondo del loro, e confidano nel suo giudizio, perché riconoscono che solo in lui c’è vera giustizia.


sabato 12 settembre 2020

Settanta volte sette

 Per fortuna i conti non tornano

 

Mt 18,21-35

 

 

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta voltesette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoiservi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato untale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, cosìcome io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

 

 

Trecentomila anni. Niente ferie, niente pensione, trecentomila anni di stipendio netto. Chi se li immagina? Chi potrebbe mettere da parte una simile somma? Chi potrebbe contrarre un debito così abnorme? 

Eppure i conti non sbagliano: un denaro è la paga di un operaio per un giorno di lavoro, cento denari sono tre mesi e mezzo circa di stipendio. Un talento però, che è una misura di peso, corrisponde a 34 kg circa di argento, cioè un po’ più di diecimila denari, trent’anni di lavoro; e diecimila talenti sono circa trecentomila anni di stipendio. Perché Gesù presenta una cifra così spropositata? Proviamo a partire dall’inizio.

 

Pietro si fa una domanda abbastanza comune a quel tempo. Quante volte si deve perdonare al fratello? La nostra saggezza popolare suggerirebbe che una volta va bene, due pure, ma la terza si passa il segno. L’opinione degli esperti della religione ebraica conferma che anche la terza volta si deve perdonare. Pietro però è un uomo generoso e intelligente. Ha compreso che il Maestro ragiona in grande, allora secondo lo slancio del suo cuore, si spinge in la, azzarda più del doppio, spara un numero importante, simbolico, che significa pienezza, sette! Fino a sette volte, così sono corrette le proporzioni del perdono?

 

Il problema è proprio questo, le proporzioni. La risposta di Gesù inizia ricordando un episodio biblico. In Gn 23b-24 Lamech promette di vendicarsi settanta volte sette (o settantasette volte, secondo l’interpretazione) per una sola scalfittura o un livido. Questa voragine di vendetta Gesù la trasforma in una voragine di perdono. Il padrone della parabola rinuncia a un debito di trecentomila anni di stipendio solo per la compassione. Questo padrone Con-patisce, invece che far valere le sue ragioni lascia che nel suo cuore entri la sofferenza, la pena di chi sta davanti a lui, di chi sta per essere venduto come merce, di chi sta immaginando questa sorte tristissima per sua moglie e i suoi figli. Questo padrone non agisce con inesorabile precisione, non mette sul piatto della bilancia il suo debito, ma la sofferenza del suo servo. 

 

Ecco perché scandalizza il suo puntiglio. Lui aveva un debito sconfinato, e diceva una pietosa bugia quando prometteva di restituire. Ora però non accetta la promessa di restituzione più che ragionevole di un debito molto contenuto, da parte di uno che gli è debitore. 

 

Perché mai però questo tale dovrebbe sentirsi in dovere di perdonare dopo essere stato perdonato? Perché questo perdono grande sta sul piano delle relazioni, parla di un’accoglienza grande. C’è uno che poteva schiacciarti, soffocarti, annientarti, e invece ha preferito soffrire con te. Se vivi una relazione così non puoi che cambiare radicalmente. Se ti rendi conto che questa relazione ti ha dato il bene della vita, che tu vivi per il bene che sgorga dalla compassione, allora il tuo cuore ne sarà cambiato. Se invece il tuo cuore non è cambiato, allora bisogna concludere che non hai accolto il dono, lo hai solo sfruttato a tuo vantaggio. Non ti sei lasciato abitare dal perdono, ne hai solo approfittato. Pensi di averla fatta franca, non capisci che hai ricevuto una nuova vita. Hai colto l’aspetto superficiale delle cose, che cioè sei libero dal debito, ma non hai accolto la forza che ti ha liberato. Se non cerchi di perdonare, significa che non sai cosa significhi essere perdonato. 

 

Questo non nega che il perdono comporti una grande fatica e un lungo cammino. Questo non significa che perdonare sia alla nostra portata. Dobbiamo chiedere a Dio il dono di saper offrire il perdono, di maturarlo nel cuore per donarlo agli altri. se però ci scoprissimo intestarditi nel puntiglio di non perdonare, allora dovremmo concludere che abbiamo bisogno di approfondire l’incontro con il Signore, con quel Dio che mette sul piatto della bilancia noi, il nostro bene, la nostra salvezza, e che per questi beni è disposto a spendere tutto, a mettere in gioco tutto quello che ha, tutto se stesso. Il crocifisso ci parla di questo!

 

mercoledì 11 dicembre 2019

Sì all'amore, bando a lamenti e paure.


Libera di riconoscere il bene
Lc 1,26-38

El Greco - Annunciazione
Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei.

«…Siediti Gabriele. Ragioniamo. Sono Galilea, e tu sai che la fama della gente di qui è tutt’altro che buona. Si vive a contatto con i pagani e non sono molti quelli ceh vivono una certa fedeltà alla Legge. Chi crederà mai ad una come me, che ha ricevuto la sorte avversa di nascere qui? Ma non basta Gabriele. Io sono di Nàzaret, che tra quelli di questa regione è il villaggio che ha la fama peggiore. Capisci? Poi tieni presente che sono giovanissima e donna. Non avrò mai il diritto di parlare in pubblico, ne tantomeno potrò imporre un nome a mio figlio, è una prerogativa del padre. Vuoi che lo si chiami Gesù? ma perché non lo dici a Giuseppe? E perché visto che ci sei non gli spieghi anche che sono incinta, ma senza il suo contributo?» 

ci capita spesso di fare così. Di sentirci inadeguati in un mondo inadeguato. Di pensare che se avessimo avuto… famiglia, possibilità, luogo di nascita diversi, e se avessimo potuto evitare ostacoli ed inconvenienti di varia natura, allora sì che la nostra vita potrebbe realizzarsi, e invece…

Gabriele significa “forza di Dio”. Chissà se la forza di Dio avrebbe sostenuto queste obiezioni così ovvie. Chissà se le avrebbe contraddette. Fatto sta che sono tutte osservazioni reali. Umanamente, la storia della salvezza sembra davvero iniziare per il verso sbagliato. Dio ha forse il gusto delle cose difficili? Sta forse giocando con la storia di questa giovane donna? Sta agendo senza logica e senza buonsenso? Sta infilando Maria in un’avventura disperata e pericolosa?

In effetti una preferenza Dio ce l’ha, San Paolo lo dice bene scrivendo ai Corinzi: “quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.” Una logica di inversione che Maria stessa canterà (ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili…).

Dio ha scelto Maria, e la partita di questa giovane donna si gioca lì, in quel preciso istante della sua vita, e lei la gioca in modo straordinario. Vediamo come:

Ä Prima di tutto, Maria sa riconoscere la manifestazione di Dio attraverso la presenza dell’Angelo. Non ha imparato solo le faccende domestiche, la lingua, l’amministrazione della casa. Non è stata cresciuta con l’unica preoccupazione che il suo corpo sia forte e sano. Maria ha la fortuna di essere stata iniziata a considerare la dimensione spirituale della vita. I sensi del suo cuore sono pronti a riconoscere Dio perché evidentemente sono stati allenati al dialogo con lui.

Ä Poi Maria si trova turbata. Un sentimento di profondo sconvolgimento e destabilizzazione. La sua reazione però è straordinaria. Maria non agisce in preda all’istinto del panico. Cerca piuttosto di farvi fronte con l’unico strumento che ha: la ragione. Prende le distanze, si domanda che senso ha. Non giudica, cerca di capire.

Ä Gabriele la aiuta con un suggerimento: “Non temere”. Ma il turbamento e la paura sono energie potenti e del tutto selvagge, si presentano spontaneamente, non le si possono “spegnere” semplicemente. Gabriele non intende questo. Suggerisce piuttosto a Maria di non lasciarsi dominare dalla paura. Il sentimento negativo c’è, ma è un cattivo consigliere, un pessimo navigatore, un ladro di libertà.

Ä Gabriele le parla di una gravidanza, e ancora una volta, Maria non giudica (…dicendo, ad esempio «questo è impossibile»), cerca piuttosto di comprendere. L’umiltà la abita. Per lei è normale pensare che Dio è grande, più grande dei pensieri e delle possibilità degli uomini. Non si sente all’altezza di giudicare Dio, di contestarlo, di non ritenerlo affidabile. Si chiede piuttosto il come, il modo, la strada da seguire.

Ä Maria ha compreso: il Dio che l’ha scelta, amata, riempita del suo favore, della sua grazia sa quello che sta facendo, e lei non ha nessuna intenzione di sospettare. Il sospetto è padre della paura, e lei la paura l’ha già messa alla porta. Lei è certa che il suo Dio non è sospettabile ma pienamente affidabile. Lo sa, perché evidentemente la sua relazione con lui esisteva già ed era abbastanza solida.

Ä Maria si fa Serva, si mette a servizio della prospettiva di Dio, e lo fa con entusiasmo, con desiderio. …Avvenga! 

Possiamo leggere questa vicenda come un percorso di fede, di discepolato, di risposta alla vocazione. Non c’è modello più alto di Maria. Possiamo metterci nei suoi panni e chiederci se i nostri sentimenti, la nostra quotidianità, il nostro modo di giudicare la realtà, la nostra relazione con Dio non possano essere illuminati dal suo esempio. Ne trarremo certamente il frutto di una fede solida, capace di portare frutto nella vita e pace nel cuore. Lei, l’eternamente giovane Maria, ci guidi con amore.



giovedì 5 dicembre 2019

Addomesticare

Una vecchia storia


Mt 24,37-44

Foto di Pierpaolo Benedetti
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l'altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo.»






L’umanità ne ha fatta di strada, ma alcune caratteristiche dell’uomo, alcuni fatti della sua vita sono rimasti tali da millenni. Il bisogno di mangiare è un esempio eminente. Più sottile, meno selvaggio e istintivo, ma immutato e presente da secoli, è il bisogno di prendere la misura alla realtà. Quello che si può misurare si può addomesticare, e quel che è domestico è noto, pratico, comodo e rassicurante. Dietro a questo c’è un rischio ovvio. Quando, ad esempio, pretendiamo di addomesticare gli altri, di chiuderli solo dentro le nostre abitudini, le relazioni diventano difficili e frustranti.

Foto di Pierpaolo Benedetti
Chi cerca il regno di Dio, deve abbandonare l’idea di addomesticarlo, pena il non riconoscerlo per nulla. I criteri umani di classificazione della realtà infatti non possono funzionare con le cose di Dio. Ad esempio, quello che agli uomini sembra identico (due agricoltori nel campo, due massaie alla macina) è diverso agli occhi di Dio. Il regno è sempre nuovo, sempre sorprendente, sempre capace di rimetterci in gioco, di rinnovare la vita, di spingerla in avanti e in profondità. Non possiamo chiuderlo nelle nostre griglie di valutazione, nei nostri criteri di addomesticamento, nei nostri tempi.

Il ladro cerca di coglierci alla sprovvista per attuare le sue trame di male. Se ne conoscessimo in anticipo i piani, faremmo sicuramente di tutto per difenderci. Il regno è altrettanto sorprendente, ma porta con se un dono immenso, quello di una vita nuova non più schiava delle cose che portano alla morte, ma legata a quel Dio che sempre vuole darci vita, nuova e vera. A questo evento positivo però siamo meno inclini a prepararci. Per questo Gesù ci esorta con forza: «Vegliate!» 

Foto di Pierpaolo Benedetti
Vegliare significa allora scrollarsi di dosso l’antica tentazione dei tempi di Noè. Allora come oggi si rischia di vivere tutto come scontato, come abitudinario. Allora come oggi rischiamo di non ringraziare più, di non stupirci più per nulla, di essere ripiegati in un quotidiano grigiore che risulta tanto comodo quanto triste, insipido, incapace di farci camminare. 
Vegliare significa riaccendere il desiderio, coinvolgere il cuore, vivere la fede come una relazione viva, non come un’abitudine stanca. Vegliare significa guardare le cose non fermandosi alla superficie, né ai nostri ragionamenti, ma riconoscendo in ogni realtà il dono di Dio, la sua presenza.
Vegliare significa guardarci dentro in maniera lucida, rimettendoci in discussione, lasciando che l’amore di Dio ci illumini e ci doni di riconoscere con verità quello che siamo. 
Vegliare significa scuotersi di dosso l’anestesia dell’abituale, significa sentire con i sensi del cuore, ad accorgerci che il Signore è sempre di nuovo presente accanto a noi per spalancargli la porta e godere della sua presenza. 

Foto di Pierpaolo Benedetti
Vegliare significa ricominciare a vivere, da uomini e da credenti, gustando a pieno il sapore della realtà con lo sguardo rivolto verso la meta vera dell’esistenza, l’unica meta all’altezza della nostra vita: il regno di Dio e il suo Amore.

sabato 23 novembre 2019

Salvarsi o salvare?

Un ingannevole “buonsenso”
Lc 23,35-43



In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso».  Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».



Salva te stesso! Salva te stesso! Salva te stesso! Un ritornello sadico, feroce, gridato ad uno che tutti sapevano non essere un criminale. Una pura presa in giro, gratuito disprezzo di chi, accecato dalla furia dell’effetto “branco” grida perché gli altri gridano. 

I capi gridano con malizia, solo per ingraziarsi il favore della folla e dimostrare a tutti la loro opinione interessata e maliziosa, che cioè quel crocifisso non è il Messia (il vero Messia non si sarebbe forse salvato?); 
i soldati si uniscono al grido a partire dal loro punto di vista, quello dei pagani: che cosa può mai valere un Re morente
Persino un malcapitato compagno di supplizio, un criminale crocifisso con lui, fa da eco agli altri. 

Il cerchio si stringe; dalla folla, più lontana, ai soldati più vicini, al condannato crocifisso accanto a lui. 

Salva te stesso. Il mito dell’uomo potente, autosufficiente, che non ha bisogno di nessuno, che non si importa di nessuno. 
Salva te stesso, un'espressione che sembra di buonsenso, invece è solo ferocia selvaggia di chi vive a scapito di tutto e tutti. 
Salva te stesso, sembra ovvia convenienza, invece è solo il manifesto dell’avidità, il pretesto della corruzione ad ogni livello, il movente che giustifica la violenza, il carrierismo spietato, la scalata al potere a costo della vita degli altri. 
Salva te stesso, sembra solo un consiglio appassionato, ma è la maschera gentile dell’egoismo, la versione socialmente accettabile della legge della foresta, la distorsione che annebbia il cuore e fa vedere il povero e il malcapitato come nemici. 
Salva te stesso, e l’umanità regredisce allo stadio di branco di bestie fameliche, che non conoscono razionalità né coscienza. 

Sarebbe bastato fare attenzione, accendere la mente e il cuore, per accorgersi che in fondo, l’accusa dei capi portava con se una vergognosa malizia. Proponendo la loro feroce provocazione infatti, essi riconoscevano senza volerlo la grandezza di Cristo. Dicevano che ha salvato altri, ma se era vero questo, non lo si poteva lasciare in vita solo perché continuasse a salvare altri, senza preoccuparsi di quel che faceva di se stesso? E se davvero aveva salvato altri, allora perché doveva stare in croce, e per di più insieme a due che gli altri li avevano derubati e uccisi? In che senso sarebbe stato degno di morte il fatto di aver salvato altri e non se stesso?  

Questo “Salva te stesso” ripetuto tre volte ricorda le tre tentazioni di Gesù nel deserto, ma anche questa volta il Maestro non cede. Non c’è folla ululante che lo possa distogliere dalla sua missione. Del resto, a differenza dei capi, egli non cerca il consenso di nessuno, ma il bene per tutti quelli che lo accolgono. 

Uno solo lo capisce. Uno solo. La sua voce rotta dal dolore, soffocata dall’imminente morte, sembra splendere come un raggio di sole in una giornata di tempesta. Lo chiama non Signore o Messia, ma in modo confidenziale con il suo nome, Gesù. Lo proclama innocente, lo riconosce Re che sta per tornare al suo regno, non azzarda a chiedere di essere salvato, ma soltanto ricordato

La risposta è sfolgorante di Misericordia e di Amore: “Oggi sarai con me in paradiso”. 
Oggi, senza ritardi
Con lui, Gesù. 
In paradiso, in quel luogo che ricorda il paradiso terrestre, dove ancora non c’era il peccato, dove ancora il serpente non aveva suggerito all’umanità la malizia di voler fare da se stessi, senza Dio

Per nostra fortuna Gesù continua a compiere la sua missione, salvare altri, anche questo ladrone. Per nostra fortuna, egli offre salvezza a tutti, tutti quelli che non credono più all’utopia del fare da soli, del fabbricarsi con le proprie mani come persone e come uomini e donne felici e realizzati. Egli offre il suo dono d’amore e di salvezza a tutti coloro che riconoscono come brutale la logica del “salva te stesso” e che si aprono ad una relazione di confidenza con lui, con quel Dio-con-noi venuto non a salvarsi ma a salvare, non a sottomettersi alla barbarie del mondo ma a redimerla con l’Amore.

lunedì 1 aprile 2019

Conquistare o ricevere in dono



Figli si diventa per dono

Lc 13,1-9

Sieger Koder - Il Padre misericordioso
Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola:
«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»».



Nessuno ti da niente per niente. La logica del mondo risponde spesso a questa legge, che subisceamaramente anche il figlio minoredella parabola. Nessuno gli da nulla, e siccome lui è stato in grado di sperperare ma non di guadagnare, ora è diventato un miserabile. Nessuno ti da niente per niente; se non ti costruisci da solonessuno ti aiuta, se non guadagniper te, se non difendiil tuo, nessuno si curerà della tua sorte. Peggio, se ti distruggicon le tue mani, nessuno ti soccorrerà, perché te la sarai voluta, ti starà bene, così impari! La situazione di degrado che questo giovane vive sembra rimproverarlo in modo tanto silenzioso quanto aspro, e lo inchiodaa questa legge che qualcuno chiama giustizia. Non hai guadagnato nulla, non hai nulla, sei un nulla.

Il mito dell’uomo che si fabbrica da se ha schiacciato questo giovane uomo. Il suo stesso fratello maggiore ragionerà così. Non ha saputo fabbricarsi? Ha sbagliatoal punto di rovinarsi? Gli sta bene. Il padre dovrebbe dargli una bella lezione. Una lezionealquanto inutilea pensarci bene, le lezioni dovrebbero insegnare non condannare, recuperare, non aggravare la situazione, ma così funziona la logica del niente per niente, e il figlio maggiorela applica alla perfezione. Ebbene, egli non è più suo fratello, e davanti al padre egli lo identificherà con l’espressione “tuo figlio”, che serve esattamente a prendere le distanze. Il figlio maggiore è l’espressione più radicale di quel “niente per niente” che domina il mondo. Egli è così attaccato alle cose che si è guadagnato chenon accettala prospettiva del gratuito. La logica del padre, fatta di condivisione e di dono (quello che è mio è tuo) egli la rifiuta, perché non vuole debiti. Sospetta di ciò che è gratuito. Egli accetta solo pagamenti o ricompense (ti servo, non ho mai disobbedito, non mi hai mai dato un capretto…), e una volta che è certo di quello che gli spetta, lo prende e chiude le relazioni. Non conta l’amore, non contano le persone, non conta la gratuità, non conta il dono. Tutte dipendenze pericolose. Per questo non conta suo padre, non conta suo fratello, non gli importa della vita o della morte, della perdizione o del recupero di nessuno. Conta solo lui, ed eventualmente considera gli altri nella misura in cui possono essere utili alla sua opera: fabbricarsi da solo. 

Il Padre invece sa chele realtà più importanti della vita sono tutte gratuite, la vita stessa lo è. L’uomo realizzato è solo quello che sa accogliere se stesso come dono da Dio, e la sua gioia consiste proprio nel sapersi debitore di un amore grande, che accetta persino di non essere corrisposto. Il Padre sa che, fino a quando l’uomo non impara a vivere questa logica di dono, nell’accoglienza grata e nella condivisione generosa, egli non saràmai pienamente uomo, perché non sarà pienamente figlio. Per questo somministra al figlio minore la “cura della misericordia”. Era stato illuso dalla brama di auto fabbricarsi, per questo aveva cercato autonomia assoluta nella distanza da suo padre, per questo aveva voluto la sua parte, per gestirla secondo il suo arbitrio. Ora che vive la miseria di sentirsi un perfetto nessuno, rientra in se stesso e lì trova un ricordo prezioso: la gratuità di suo padre. In casa sua infatti, i salariati non hanno il pane che meritano, ne hanno in abbondanza. 

Quando torna, non trova un uomo che vuole scioccamente cancellare gli eventi dolorosi del passato. Il Padre sa bene che il passato non si cancella, ma non vuole che gli effetti di questo passato sbagliato si perpetuino nel presente e nel futuro. Se per i suoi figli esiste prima la necessità di farsi da soli, per il padre invece viene per primo il desiderio di donarsi; loro hanno servito il mito di se stessi con le cose, fino a diventarne schiavi, lui vuole servire loro, anche nella loro miseria, e lo fa con il dono di se stesso, con il suo amore, con l'unico obiettivo di farli tornare liberi, figli, se stessi.

Quel figlio non può restare all’intuizione della gratuità, deve tornare a viverla. Non può fare il servo, deve fare lo sforzo di tornare a comportarsi da figlio. Fare il servo per lui non sarebbe una punizione, ma uno scontoalla sua identità(della serie: faccio meno, perché mi costa meno, visto che quando ho voluto fare molto di testa mia sono finito in miseria). Niente da fare. Il padre gli restituisce la dignità(nel segno della veste), la posizione sociale(i calzari del padrone di casa) e la fiducia amministrativa(l’anello al dito, il sigillo). La misericordia non è ingiustizia ne colpo di spugna. Essa è stimolo ad essere quello che si è, fino in fondo. Il perdono, proprio perché non dovuto ma gratuito, ci da la dimensione dell’investimento di Dioper noi, e ci dice quindi quanto deve essere grande anche la dimensione del nostro investimento nel purificare il nostro cuore, nell’accogliere con gratitudine il suo amore. Auto fabbricarsi è un fallimento, riceversi dall’amore del padre una continua gioia e vera realizzazione. Questa è non solo la prospettiva dentro la quale dobbiamo rileggere la nostra vita e la nostra fede, ma anche quella dalla quale dobbiamo avere il coraggio di guardare i nostri fratelli. Anche per loro, come per noi, c’è una sola giustizia, quella della misericordiache ci fa tornare ad essere come Dio ci ha creati e voluti: figli amati, fatti a immagine e somiglianza di Lui.

Pigrizia come abuso


Orientati e impegnati
Lc 13,1-9

In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?». Ma quello gli rispose: «Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai»».



Che Pilato sia sanguinario lo sanno tutti. La gente che va da Gesù non racconta certo un fatto strano. Cosa si aspettino da Gesù è difficile dire, probabilmente un’interpretazione, un giudizio, un commento che sappia dare significato a ciò che sembra non averne. Forse questa gente aspetta un giudizio che faccia tirare a tutti un sospiro di sollievo: “La colpa è di Pilato, è lui il cattivo” una frase davanti alla quale qualcuno avrebbe pensato: “…noi però non possiamo farci nulla”, altri: “dobbiamo combatterlo… rivoluzione!”. Tutto questo per Gesù è molto carente, riduttivo. La proposta del Maestro esige un atteggiamento molto diverso. Chi vede il male, e ne constata gli effetti devastanti, deve prima di tutto chiedersi se questo male non sia presente anche nel suo cuore. Non può liberare il mondo dall’ingiustizia colui che indulge a quella che si volge a suo vantaggio. Non può fermare la spirale della violenza colui che se ne serve a proprio tornaconto. Chi vede il male presente nel mondo deve allora prima di tutto estirparlo da se stesso, dal suo cuore. Chi si rende conto dei suoi effetti di distruzione e di morte deve fare di tutto per non esserne lui stesso schiavo. Ecco il senso dell’esortazione di Gesù alla conversione. Non è una minaccia, ma un invito forte a prendere coscienza dei fatti. Chi non cambia vita, liberandola dall’inquinamento del male, subirà le conseguenze di questo male, che magari aveva condannato fuori da se. 

La parabola del fico rinforza questa idea, e ci ricorda in modo nitido e diretto che il nostro tempo non è infinito. Ancora un anno, per ricordare che la misericordia di Dio non è finita. Esso si prende continuamente cura di noi perché possiamo portare frutti di conversione, cioè di vita liberata dalla schiavitù del male. Ancora un anno per dire che però questo tempo di misericordia non è infinito, come non lo è la nostra vita. La pigrizia che ci fa rimandare, continuamente ritardare, che ci fa cercare sempre nuove e convincenti giustificazioni per progettare la conversione nel futuro, questa pigrizia è un vero e proprio abuso davanti alla misericordia di Dio. Prendere coscienza del grande dono della misericordia deve invece stimolarci all’impegno. Chi è davanti ad un grande dono, si sforza di accoglierlo, di goderne. Chi invece rimanda all’infinito mostra di non aver compreso per nulla la portata del dono, e finisce per abusarne, nel segno del disprezzo.

A metà della quaresima non c’è invito più forte e accorato di questo alla conversione, all’impegno per purificare il cuore dal male. Se ci metteremo all’opera, scopriremo che Dio prima di noi ha investito energia, cura, premura in nostro favore.