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domenica 24 marzo 2019

Un anticipo di luce

Un volto splendente
Lc 9,28-36

La Trasfigurazionedi Sieger Köder
Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All'entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.


Ormai i discepoli lo avevano intuito, Gesù, il Maestro, è quel Messia che Israele attende da secoli. Alla domanda di Gesù: “Voi, chi dite che io sia?” Pietro risponde deciso: “Il Cristo di Dio”. Mai i dodici si sarebbero aspettati il seguito del discorso. Gesù conferma le loro intuizioni, ma dipingendo un Messia troppo lontano dalle loro attese. Non un vincitore, un trionfatore, un glorioso regnante che impone la sua autorevole legge con la sola presenza sfolgorante. Gesù è sì il Messia, ma un Messia rifiutato, ingiustamente condannato, messo a morte, che solo alla fine di questo dramma vedrà il trionfo della risurrezione. E se questo non bastasse a sconvolgere i discepoli, Gesù dice loro apertamente che dovranno vivere la sua stessa esperienza, prendendo la croce ogni giorno. La prospettiva è sconvolgente. Com’è possibile che la salvezza di Dio passi dalla croce? Come può la strada verso il bene definitivo passare attraverso una tale vergognosa tragedia?

C’è bisogno di aiutare i discepoli a vedere un po’ più in la, di far loro intuire un orizzonte più grande. C’è bisogno che risplenda un po’ di sapienza di Dio nei loro cuori, solo così potranno affrontare una situazione così umanamente inspiegabile. 
Per offrire ai discepoli questo aiuto, bisogna avvicinarsi a Dio, salendo sul monte, luogo privilegiato dell’incontro con lui.

Sul monte, Gesù prega, cercando ristoro nell’amore del Padre per quel crescere di fatica che, come uomo, egli sperimenta. I discepoli invece, sopraffatti dalla situazione, vinti da qualcosa di troppo grande per le loro forze, cadono addormentati. Al risveglio si trovano davanti ad una scena straordinaria. Gesù è come illuminato da dentro, da una luce che fa risplendere fuori dalla natura umana l’altra sua natura vera, profonda, quella divina. Il volto di Gesù che risplende di divinità non è però l’unico segno straordinario. Egli sta conversando con Mosè ed Elia. Il primo, rappresentante della legge, il secondo dei profeti. L’uno e l’altro, eminenti rappresentanti della storia di Dio con il suo popolo. L’argomento della conversazione è proprio quell’esodo, quel passaggio per la croce, che Gesù deve affrontare, e che tanto sconvolge il cuore dei suoi. Il messaggio della visione è chiaro. Quel drammatico passaggio di cui Gesù parla, quella drammatica prospettiva della croce, per quanto possa sembrare assurda, è proprio quella giusta. Non si sono sbagliati i discepoli: Gesù è proprio il Messia, ed è proprio quella della croce la sua via, ma quel volto trasfigurato vuole rassicurarli che la morte non sarà l’ultima parola. La risurrezione di cui Gesù ha parlato sarà realtà.

L’espressione di Pietro, ingenua, inadeguata, utile a colmare l’imbarazzo di non sapere cosa dire, proclama però una grande verità. Vedere il mondo alla luce di Dio, della sua storia con l’umanità, è bello. Illuminata dalla Parola, la vita risplende della sua originaria bellezza, quella che il creatore stesso le aveva impresso. Alle sue parole fanno eco quelle del Padre, che fa sentire la sua voce per confermare ed esortare i discepoli. Non devono dubitare, il discorso della croce non deve farli vacillare. Proprio lui è il Figlio, è proprio lui l’eletto. Per questo, la cosa giusta da fare per loro è ascoltarlo, obbedire a lui. 

La trasfigurazione ci insegna una legge importante della vita di fede, della spiritualità del credente. Non è possibile per noi comprendere la strada di Dio, e quindi nemmeno la nostra dietro a lui. La via della croce, quella da caricare ogni giorno sulle spalle, non fa parte delle nostre corde. Non è concepibile per noi che sia attraverso il perdersi che ci si ritrova, e che la rinuncia costituisca il nostro unico vero guadagno. Allora, quando la via di Dio ci risulta incomprensibile, c’è bisogno di cercare lui, di lasciarsi guidare dalla sua luce. C’è bisogno di affrontare con coraggio la fatica di cercare l’incontro, e poi di restare alla sua presenza, perché la sua luce vinca gradualmente la tenebra del nostro cuore, e possiamo finalmente intuire quanto le sue vie siano più sagge delle nostre. C’è bisogno di ascoltare, di fare spazio alla sua Parola, perché illumini la nostra, troppo corta di vedute. C’è bisogno di una sosta sul monte per rinfrancare il cuore, perché si rafforzi in noi la certezza che la fiducia in lui vale più di ogni nostro ragionamento.

mercoledì 20 marzo 2019

Un super inganno

Pietre e pane
Lc 4,1-13

Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo».

Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto». 

Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti:
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
affinché essi ti custodiscano;
e anche:
Essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra».
Gesù gli rispose: «È stato detto:Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.


Chi non vorrebbe liberarsi dai limiti, dalle mancanze dell’umanità? Chi non vorrebbe essere continuamente tormentato dai bisogni, la fame, la sete, il sonno e la stanchezza, e molti altri generi di fame e sete che ci affliggono… chi non vorrebbe avere tutto sotto controllo, in modo da non dover essere più tormentato dal passato, impaurito dal futuro, messo alla prova da un presente pieno di imprevisti? Chi non vorrebbe poter avere una relazione più semplice con un Dio più a portata di mano, un Dio che semplicemente risponda alle nostre richieste? La realtà, è che questo uomo, o meglio, questa specie di superuomo non esiste. Forse a volte vorremmo avere almeno qualcuna delle capacità di questo superuomo, e magari il fatto di essere invece uomini e donne normali ci fa arrabbiare, ma questi desideri in noi, nascondono qualcosa di molto pericoloso.

Il Vangelo ci fa scoprire infatti qualcosa di inquietante: la descrizione di questo superuomo, senza bisogni, senza imprevisti, capace di controllare tutto, perfino la relazione con Dio, è un’idea di uomo diabolica. Il Diavolo stesso la propone a Gesù, e lui, il maestro, la rifiuta in maniera decisa. Ma perché? 

L’uomo è creatura di Dio, fatto a sua immagine, fatto per vivere in relazione con il suo creatore. La tentazione di fare senza Dio è vecchia come l’umanità, è originaria, è quella tentazione che il serpente suggerisce ad Eva nel paradiso terrestre. Mangiare l’albero per diventare come Dio e non avere più bisogno di lui. Eppure ci farebbe comodo liberarci un po’ dalle nostre miserie, dalle nostre incompletezze. Perché dev’essere così sbagliato farlo? 

Dietro la proposta di satana, sta qualcosa di ben più grave. Chi vuole accarezzare questo sogno, questa brama di autonomia, di grandezza deve pagare il prezzo di un drammatico inganno. Può ambire alla presunzione di essere “super” solo chi si prostra davanti al diavolo. Che sporco tranello: una proposta di autonomia che però ci rende schiavi. una proposta di potere, che però ci chiede di sottometterci ad un potere. Diventare potenti, svincolati da tutto e da tutti, significa diventare anche prede, destinate a consumarsi servendo i propri privilegi. Questo è l’inganno definitivo che ci convince che questa idea di superuomo è da fuggire come la morte. Sì, la morte, perché la vita è di Dio, e chi si sottomette a qualcuno o qualcosa che non sia Dio non può che trovare morte. 

La proposta di Gesù è luminosa. Per trovare la strada della sua realizzazione, l’uomo non deve immaginarsi diverso, sognare di essere “super”. La via del suo compimento, della sua pienezza, passa piuttosto da alcuni passaggi che il Maestro percorre prima di noi, quasi per aprirci la strada. Prima di tutto, chi sente il desiderio di realizzare la propria umanità, deve passare dalla strada faticosa di mettersi davanti a se stesso, nella verità, riconoscendo la realtà della propria persona e della propria umanità. C’è bisogno di tirare via pensieri di giudizio, auto giustificazioni, bugie che raccontiamo a noi stessi per paura o per fragilità. Ecco il deserto, il luogo dell’essenzialità, dove non si possono portare maschere, ma si vive a contatto con una realtà che spinge a liberarsi dei fronzoli, a tenere ciò che è davvero necessario, autentico. 

Nel deserto Gesù non va da solo, ma sostenuto dallo Spirito Santo. Senza questa potente compagnia noi non possiamo entrare in quel deserto che ci mette con forza davanti alla verità di noi stessi. 

Accompagnato dallo Spirito, Gesù vince la tentazione di essere autosufficiente, e conferma la sua scelta: riconoscere Dio e abbandonarsi a lui in una fiducia piena. I gesti di Gesù ci fanno capire che la vera libertà non consiste nell’essere liberi da vincoli, ma nel non vincolarsi a cose che non sanno dare vita, non possono darla, o peggio a realtà che promettono la vita con l’inganno ma poi la tolgono. 

L’uomo cammina verso la sua pienezza quando sa vivere con i propri bisogni, ma non ne diventa schiavo, non si fa accecare dal loro morso. Bisognoso, ma sempre capace di riconoscere qual è il suo bisogno primario: quello di restare in relazione con Dio.

L’uomo cammina verso la sua pace non quando pretende di controllare tutto, ma quando, riconoscendo di non poter gestire la realtà, si abbandona con serenità nelle mani di colui che guida la storia, e che, anche attraverso gli imprevisti della vita, certamente lo condurrà al suo bene.

L’uomo mostra la sua grandezza non quando pretende di piegare a se la volontà di Dio, ma quando è capace di sottomettere la sua volontà non a mille pressioni, ma solo a Dio, l’unico degno di ricevere obbedienza.

Questo è molto più che un super-uomo, è l’uomo nell’orizzonte di Dio. In questo sta il vero potere dell’uomo, nella possibilità che ha di servire non chi lo inganna e lo rende schiavo, ma chi lo custodisce e lo guida al bene con lo stesso amore grande e gratuito con il quale lo ha creato.

mercoledì 13 marzo 2019

Simulazioni pericolose

Quel che appare e quel che è


Mt 6,1-6.16-18

State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c'è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un'aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto,perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.



C’è una malattia da debellare, un virus da sconfiggere, un male che rischia di contagiare tutti gli ambiti della nostra vita. Per tre volte, in tre contesti diversi Gesù ci mette in guardia dal contagio degli ipocriti e del loro modo di fare. Ma qual è di preciso l’arte degli ipocriti? Una sola parola: simulazione. 

Gli ipocriti sono simulatori, di più: sono simulatori di se stessi. chi vede un ipocrita vede una maschera, dietro la quale non è mai chiaro quale sia l’identità vera. Dietro la maschera, gli ipocriti si sentono protetti, ma non stanno certo tranquilli. Mantenere un’identità che non è loro è un grande sforzo che non permette riposo. Hanno continuamente bisogno di mettere a punto le loro strategie per nascondere ciò che li imbarazza, per apparire esattamente come desiderano. Ovviamente la parte più importante del loro lavoro è la verifica del funzionamento. Una maschera serve per apparire in un certo modo, e per sapere se funziona davvero bisogna capire come reagiscono gli altri. Così la ricompensa per il lavoro degli ipocriti consiste nel grado di convincimento che la loro maschera suscita in chi li guarda. Complicato? Abbastanza, ma spesso altrettanto spontaneo. 
Comprendiamo quanto l’ipocrisia serpeggi nella nostra quotidianità se ci confrontiamo con il suo contrario: l’autenticità. Non fare come gli ipocriti significa cercare di essere autentici, con se stessi, con gli altri, con Dio. Lo sappiamo bene: solo l’impegno di essere autentici con noi stessi è complicato e faticoso, a volte perfino doloroso. Quante volte all’autenticità preferiamo un po’ di superficialità? Quante volte pensiamo che per la profondità non c’è tempo, e che ce la concederemo come un lusso quando avremo finito con tutti gli altri impegni?

La quaresima allora è tempo di autenticità, da ritrovare e praticare in tre direzioni. L’elemosina ci indica la relazione con gli altri, e ci invita a viverla con un atteggiamento di autentica condivisione. La carità non è un gesto esteriore che lava la coscienza, ma un’esigenza del cuore che riconosce nell’altro un fratello. Il digiuno ci indica la relazione con noi stessi, e ci aiuta a diventare forti nel far fronte ai nostri bisogni perché non diventino nostri padroni. La preghiera è una dimensione fondamentale della nostra vita, da vivere nell’intimità, non cercando sempre il premio per i nostri meriti o le soluzioni per i problemi della vita che ci sembrano grandi e ingiusti. Pregare significa essere se stessi davanti a Dio, scoprirsi amati anche nelle cose che noi stessi non amiamo di noi, lasciare che la luce di Dio entri nel cuore e metta in evidenza quelle schiavitù alle quali siamo tanto affezionati, ma dalle quali forse è giunto il tempo di liberarsi.

C’è ben altro, ben di più da dire su questi tre esercizi quaresimali, ma se questo tempo ci aiuterà a vivere queste tre dimensioni della vita liberandoci da un po’ di ipocrisia, stiamone certi: vedremo in ogni caso abbondanti frutti di bene, di pace, di libertà.

lunedì 13 agosto 2018

C'è fame e fame...

C’è cibo e cibo...

Gv 6,24-35


Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!



Sembra proprio che il desiderio di conoscere Gesù sia fortissimo. La gente lo cerca, lo segue, finalmente lo trova, ma subito il Maestro placa gli entusiasmi con una scomoda verità: Non è vero che cercano lui. 

Non importa a questa gente di Gesù, e lui lo dice loro chiaramente: “voi mi cercate perché avete mangiato quei pani e vi siete saziati”. Potrebbe essere chiunque Gesù, a loro non interessa di sapere chi è. Non sono spinti dal desiderio di sapere qualcosa di lui, ma da quello di rispondere ad un bisogno materiale. Gesù è per loro solo un’occasione da sfruttare. La loro stessa domanda: “quando sei venuto qui?” Tradisce non il desiderio di conoscerlo, ma quello di controllarlo, di capire i suoi movimenti, di manipolarlo in qualche modo.

Con pazienza il Maestro fa loro notare che, mentre sono accecati dal bisogno di pane, non sia accorgono che c’è un bisogno più grande nel loro cuore. Cercano di riempire la pancia, ma questo farà sperimentare loro sazietà, non pienezza. Mangeranno, ma avranno di nuovo fame. Crederanno che la pancia piena faccia finalmente sperimentare loro pace, ma il cuore resterà triste, disorientato, affamato di qualcosa che il cibo non può dare. Secondo Gesù la ricerca di questa gente è malata, deviata, deformata. Ma da quali malattie?

La prima: la superficialità. Cercare solo pane materiale, interessarsi degli spostamenti di Gesù ma non della sua identità, non farsi alcun tipo di domanda sul miracolo della moltiplicazione dei pani appena accaduto per opera sua. Tutti fatti che ci parlano di superficialità. Questa gente, che pure percepisce nel cuore un sentimento di frustrazione, di mancanza, sembra oppressa da un specie di pigrizia cronica, un ostacolo che impedisce loro di andare un po’ più in la di quello che è evidente, appariscente, spontaneo.

La seconda: il materialismo. Questa gente è abituata a pensare solo alle cose ben visibili, quelle che si manifestano fuori, nel corpo, o quelle che creano nel cuore effetti rumorosi, evidenti. Sono abituati a prestare attenzione solo a realtà che picchiano forte, che non ti lasciano tregua, a quelle realtà, sentimenti, bisogni che, come la fame, chiedono con insistenza, con prepotenza una soddisfazione. Noi lo sappiamo, ci sono in noi molti generi di fame oltre a quelle del corpo, della carne. Abbiamo fame di essere confermati, di sentirci bene agli occhi degli altri. Abbiamo fame di essere amati, di poter ricevere e dare affetto, di sentirci sicuri, sereni, non attaccati dalla realtà e dagli altri. Ce ne sono altri meno prepotenti, ma più profondi. Non sempre è spontaneo prestarvi attenzione, anzi, a volte è spontaneo trascurarli. Non è detto però che ciò che fa più rumore sia più importante, così a volte si rischia di trascurare ciò che conta di più.

La terza: lo sguardo all’indietro. La folla che segue Gesù misura tutto a partire dal passato. Eppure lo stesso Mosè, che essi prendono come riferimento, ha guidato il popolo a seguire un Dio che prometteva futuro. Continuamente però la folla torna al passato, a quello che è stato, agli splendori antichi che, purtroppo, non ci sono più; e siccome Dio agisce e parla nel presente e promette futuro, questa gente che guarda il passato non lo sa riconoscere.

Questo vangelo parla in profondità alla nostra vita. Sappiamo bene che la nostra vita ha bisogno di qualcosa di più che le cose materiali. Molti santi, molti credenti ci hanno testimoniato che un cuore pieno di Dio può riempire di pace e di forza anche un corpo affamato, ma sappiamo che la pancia piena, una vita piena di cose non può mai riempire il cuore. Eppure continuiamo a pensare che la nostra felicità sia legata al benessere materiale o alla soddisfazione di qualche bisogno prepotente. Forse invece non pensiamo così, ma nella pratica ci riduciamo ad essere schiavi dei molti generi di fame che ci sono dentro di noi. Nulla può darci vita, se non Dio, e fin che non accogliamo la presenza del Creatore, saremo sempre creature svuotate, tormentate, insoddisfatte. Possiamo fare di tutto per mantenere la vita, possiamo drogarci di “cibi” che plachino ogni “fame” che c’è in noi, ma sempre nel nostro cuore rimarrà un vuoto, un posto che può essere occupato solo da Dio. Solo Dio ha la vita, e se non accettiamo di lasciare che lui ci nutra di vita, che ci regali la sua vita, vivremo sempre incompleti. Solo lui è la nostra pienezza, la nostra pace.

L’insoddisfazione, il vuoto del cuore, a volte ci fa diventare nostalgici, affezionati al passato, legati a quello che un tempo ci dava pace, ora non più. Pensare che il bene sia nel passato significa allontanarlo da noi e mettere in luce tutto il nostro limite. Non siamo capaci di fabbricarci il nostro bene, al più ci ricordiamo di quello che abbiamo già vissuto. Abbiamo bisogno di imparare ad accogliere Dio qui ed ora, nel presente, per quanto inadeguato e difficile esso ci possa sembrare. 

Accogliere la presenza di Dio sazia la fame del nostro cuore, ci dona pace e con essa nuova forza, nuova luce per guardare al presente e al futuro con speranza, con la capacità di accogliere e costruire il bene. Con grande coraggio dobbiamo guardarci dentro, riconoscere quali generi di fame ci rendono schiavi, ci legano alla materialità, alla superficialità. Lo Spirito ci aiuti ad avere questo coraggio, a riconoscere e accogliere Dio nel presente, perché egli nutra la nostra vita, doni pace al nostro presente e speranza al nostro futuro.

Fare i conti scordando il capitale

Il sogno di un bene più grande

Gv 6,1-15


Dopo questi fatti, Gesù passò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 

Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. 

Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 

Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.



Duecento denari di Pane sono davvero uno sproposito. Un denaro è la paga di un bracciante per un giorno. Per quanto poco possa essere il guadagno di un uomo assunto a giornata, duecento giorni di lavoro dovrebbero consentire l’acquisto di una quantità di pane davvero considerevole. Se anche si avesse tutto quel denaro, dove si troverebbe tutto quel pane in una volta? Quello che c'è si valuta in fretta: cinque pani e due pesci non possono certo nutrire una folla come quella che sta davanti a Gesù. Filippo e Andrea impersonano due dei nostri atteggiamenti buoni. Filippo sa gestire bene le cose, sa farsi due conti, è uno che sa amministrarsi bene, che non si fa incastrare da valutazioni sbagliate. Sa bene prendere le misure, fare le proporzioni. Andrea è qui l’uomo del realismo. Che cosa abbiamo? Solo cinque pani e due pesci. Dobbiamo rassegnarci, questo intervento non è alla nostra portata.

Non è certo a caso che Gesù ha preso questa iniziativa nei confronti dei suoi discepoli. La sua domanda, apparentemente un po' avventata, dotata di poco buonsenso, di poco realismo, serve in realtà a rivoluzionare il modo di ragionare dei dodici. Le proporzioni devono tenere conto non solo delle forze umane, ma del fatto che lui è Dio. Alla domanda infatti fanno seguito una serie di fatti che gradualmente e in modo sorprendente mostrano a Filippo, ad Andrea, a tutti i discepoli una nuova realtà, una nuova proporzione di cose. Gesù prende il pane, rende grazie (con un gesto che ricorda chiaramente l’eucaristia) e lo consegna, e così con il pesce. Nessuno commenta il miracolo, nessuno lo descrive, ma quel silenzio parla forte. Gesù è Dio. Gli uomini si piegano alla realtà, sono costretti ad arrendersi davanti ad essa. Dio invece la riempie, la plasma di nuovo, la rende finalmente sufficiente, adeguata al bene di tutti. Anzi, di più: la realtà diventa sovrabbondante, il cibo avanza. Dodici ceste, una per ciascuno dei discepoli! Meravigliati, increduli hanno distribuito, senza consumarli, cinque pani e due pesci a cinquemila uomini, e il loro intenso servizio non ha finito per svuotarli, al contrario, è diventato anche per loro fonte di sazietà. 

Il nostro problema è questo, che quando pensiamo lo facciamo in proprio. Così contiamo solo sulle nostre forze, dividiamo solo i nostri beni, mettiamo in fila le nostre capacità e disponibilità e alla fine… ci valutiamo non all’altezza, non attrezzati, e ci tiriamo indietro. Questa è un’ottima premessa ad un mondo triste, ingiusto, dove un po’ di risorse ci sarebbero, ma non sembrano sufficienti; dove i bisogni magari si vedono, ma non ci sembra di avere le possibilità per soccorrerli. Qualcuno pensa che la soluzione sia la condivisione, ma quel ragazzo, pur condividendo i suoi pani e pesci, non può che dar ragione al realismo di Andrea: non bastano! Che fare? Siamo forse tenuti a farci carico di ciò che è realisticamente più grande di noi? Sarebbe intelligente andare oltre il buonsenso? Sarebbe cosciente non considerare attentamente i conti?

Questi pensieri, queste conclusioni, sono umanissime, certo, ma non sono da credenti. Un credente sa di poter contare su Dio. Sa che il meglio che possa fare per se stesso e per gli altri è condividere il sogno di Dio, entrare con gioia in questo sogno, diventarne parte attiva, contribuire a costruirlo. Il sogno di Dio, un sogno di bene, di pace per tutti. Un sogno che ci chiede coraggio. Alle spalle una folla di bisognosi, di pane, di affetto, di comprensione, di attenzione… davanti a noi un Gesù che attende quel poco che abbiamo; sa bene che è insufficiente, ma attende che lo mettiamo nelle sue mani, che condividiamo il suo sogno. Potrebbe forse intervenire direttamente questo Gesù, questo Dio, ma preferisce coinvolgerci nel suo sogno, renderci strumenti del suo amore, perché sa che solo così possiamo sperimentare anche per noi pienezza. La nostra vita stessa è un dono, e non raggiunge la sua pienezza finché non esprime se stessa facendosi dono. 

Diventate dono, sembra l’invito forte di Gesù in questo episodio; non chiudetevi nella rassegnazione, non difendetevi con l’indifferenza. Lasciate che l’ingiustizia, la sofferenza, la povertà vi tocchino, e diventate dono. Non da soli, ma con me, che sono dono di vita e di amore per voi e per tutti.

...e le folle? ...le folle hanno trovato pane, ma senza troppe storie, troppe domande. Gesù si allontana perchè sa che questa gente, almeno per ora, non ha intenzione di farsi domande. Vedono segni, ma non ne sono interessati. L'occasione del pane sì li interessa, vorrebbero che Gesù diventasse loro re... sai che comodità, un re che ti toglie la fatica di guadagnarti il pane? Ma per scoprire qualcosa di più su questo bisogna proseguire la lettura del Vangelo.

venerdì 27 luglio 2018

Mettere ordine per trovare pace

Chi al centro?

Mc 6,30-34

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.     

Alcuni pensieri sul vangelo

Gli apostoli tornano dalla missioneche Gesù stesso li aveva inviati a compiere carichi di entusiasmo e di nuove esperienze, e raccontano al Maestro di questa missione. Qualcosa di strano? Qualcosa di male? No, certo, anzi, tutto nella norma. Le prole dell’evangelista però ci fanno intuire qualcosa che vale la pena di considerare. I dodici parlano di quello che avevano fatto e insegnato, in altre paroleraccontano di se stessi, delle loro fatiche, delle loro imprese, della loro capacità di trasmettere gli insegnamenti di Gesù, parlano di loro stessi insomma, si mettono al centro dei loro discorsi. L’invito di Gesù al riposo è molto più che un pensiero premuroso per le loro stanche membra. Questo riposo deve servire ai discepoli per rimettere in ordine le cose. Presi da ciò che è urgente fare, entusiasmati dalla missione consegnata loro, stanno correndo un rischioche tutti corriamo: quello di immedesimarci nelle nostre attività fino al punto di sentirci noi al centro, noi con le nostre idee, i nostri sforzi, le nostre realizzazioni, le nostre fatiche, i nostri progetti e le nostre ragioni, più o meno comprese dagli altri. 

Gesù vuole evitare per i suoi il rischioche l’attività si trasformi in attivismo che acceca, che fa perdere la fede perché spinge gli uomini a comportarsi come se fossero al centro del mondo, dimenticando Dio. Riposarsi in disparte, con Gesù, aiuta i suoi discepoli e noi a ricordare che non sono loro a salvare il mondo, che sono mandati da Dio, non sono essi stessi Dio. Tirare il fiato stando con il Maestro li aiuta a rimettere a fuocoil fatto che la missione non è loro, ma di chi li ha chiamati e voluto come collaboratori. La loro stessa vita, la loro realizzazione e pienezza, la loro salvezza insieme a quella dell’umanità, dipendono da Dio, non da loro.

Quello che accade poco dopo potrebbe sembrare contraddittorio, ma invece rafforza la stessa idea. Gesù incontra una folla di gente che evidentemente cerca qualcosa da lui. Con lo strumento della compassione entra in sintonia con loro. Non ha paura di lasciare che il loro disagio, il loro disorientamento, la loro sofferenza entrino nel suo cuore. Gesù non si lascia travolgere dagli eventi, dall’urgenza. Sembra non ascoltare nemmeno le loro domande, ha compreso qualcosa di più: hanno bisogno di quella buona notizia di salvezza che egli è venuto a portare nel mondo. Li fa sedere e insegna loro, facendo sperimentare anche a questa folla una forma profonda di riposo, quella di chi ha finalmente trovato un punto di riferimento sicuro per la vita. 

Il rischio è sempre lo stesso: Mettere al centro se stessi e le proprie attività, oppure mettere al centro il proprio riposo tradendo la missione, o semplicemente non sapere chi mettere al centro ed essere disorientati. La proposta di Gesù è la stessa, chiara e luminosa: bisogna regalarsi del tempoper tornare a mettere al centro Dio. bisogna ritirarsi ogni tanto nel deserto per sperimentare il vero riposo, che consiste nell’accogliere nel cuore un Dio che ti ama e ti guarisce, che con la sua luce ti aiuta a ritrovare il tuo posto, il senso delle tue fatiche, la forza di fare della tua vita un dono gratuito per gli altri. Oggi abbiamo bisogno di questo vangelo più che mai.

sabato 7 luglio 2018

Un limite che diventa risorsa

Una relazione che da vita

Mc 5,21-43

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare.E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedie lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva».Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici annie aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando,udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello.Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata».E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?».I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: «Chi mi ha toccato?»».Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo.E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità.Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male».Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?».Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!».E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte.Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme».E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina.Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!».E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore.E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare




Giairo vorrebbe salvare sua figlia, ma è impotente

Egli è il capo della sinagoga, un autorevole rappresentante della religiosità di Israele, un esponente di spicco di quel sistema di leggi che avrebbe dovuto garantire la relazione con Dio, ma non può fare nulla. La sua paternità è impotente, la sua religiosità sterile, sua figlia muore! 

La sua impotenza si trasforma in supplica a Gesù: “vieni a imporle la mano”! Non spera forse in una guarigione, quest’uomo straziato dal dolore, ma chiede almeno una benedizione, un gesto potente. Lo chiede a Gesù, forse è la sua ultima spiaggia, forse crede che questo singolare Maestro potrà fare quello che nessuno ha potuto. Sarà così, ma non subito.

Per la strada una donna malata, ferita nella sua femminilità, è ormai schiacciata dalla disperazione. La sua vita è straziata perché una malattia le impedisce il miracolo più grande: quello di dare la vita. Il flusso di sangue mestruale che dovrebbe essere per lei fonte di pienezza, trasformandola in madre, è invece la causa della sua impurità e della sua malattia

Si era rivolta ad un medico, poi ad un secondo, ad un terzo, ad un altro ancora, nulla! Solo impotenza in loro, aggravata dall’inganno: le avevano prosciugato il patrimonio. Povera, malata, disperata, non ha nemmeno la forza di gridare, non trova più le parole da dire. In un ultimo, sfinito gesto si getta a toccare il mantello di Gesù, piena di fiducia che anche solo quella carezza rubata le restituirà la vita. Sarà così, guarirà; anzi, di più: sarà salvata, e dopo di lei anche la fanciulla, data ormai per morta, ritornerà alla vita. 

Non Giairo, non i medici, non la religiosità di Israele, non i soldi.  Non i progetti umani, non le nostre conoscenze: Solo Gesù da la vita. Tutto il resto la consuma, la saccheggia, la toglie. La stessa quotidianità sembra derubarci, e noi, come paralizzati a guardare al passato, o a ciò che ci sta passando davanti, viviamo a volte la vita come qualcosa che il tempo ci porta via, che la frenesia ci strappa a brandelli dalle mani. 

Nulla può darci vita, solo Dio. Nessuno può dare la vita se non Dio, perché solo lui la possiede e ne dispone. Possiamo sperare nelle possibilità degli uomini? Certamente. Dobbiamo mettere in campo le nostre conoscenza, le nostre energie, le nostre possibilità? Sarebbe disonesto il contrario. ma dobbiamo riconoscere anche il limite di tutte queste cose, se non vogliamo rimanere tristemente ingannati, depredati. I beni, le scoperte, le nostre capacità, le nostre convenzioni… tutto è buono per noi solo se però riconosciamo che la vita è di Dio, e la sua bellezza e pienezza dipendono dall’accogliere con gratitudine lui e la sua vita, prima e più che da tutto il resto.