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martedì 19 aprile 2016

Sguardo che guarisce

L’Amore resta Amore

Lc 22,31-34.54-62

Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi».

Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «O donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!». Passata circa un'ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell'istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.

“Sono pronto alla prigione e alla morte!”. Nel suo slancio, Pietro non mente. Questo è quello che vorrebbe, questo immagina per se. Vorrebbe essere fedele per sempre, in maniera integrale a Gesù, che con il suo insegnamento e la sua amicizia profonda gli ha cambiato la vita. Pietro vorrebbe essere tutto d’un pezzo, si immagina così: capace di affrontare qualsiasi ostacolo in favore di quell’amico fraterno e intimo che gli ha ridato vita, che gli ha insegnato il senso dell’esistenza, che gli ha fatto scoprire il volto vero di Dio. Vorrebbe, ma non conosce a sufficienza se stesso, la sua fragilità, la sua miseria. Le sue promesse sono straordinariamente belle, lo slancio del suo cuore è nobile, ma non fanno i conti con le miserie e le fragilità che ugualmente lo abitano, che quotidianamente segnano il suo agire. Gesù invece conosce profondamente, gli vuole un bene vero, immenso, incondizionato. Per questo fa un gesto che ora forse ferisce Pietro, ma che poi lo salverà: con senso di realismo, con sofferta tenerezza, gli preannuncia il suo tradimento.
Nel cortile del sommo sacerdote, il fuoco illumina e riscalda la notte, ma il cuore di Pietro è reso buio e gelido dalla paura. Avrebbe voluto essere fedele, ma la paura lo fa traditore. Avrebbe voluto essere sincero, testimoniare la sua amicizia reale con Gesù, ma la paura lo fa codardo e bugiardo. Tradisce l’amore di Gesù per lui, ma anche il suo amore per Gesù. Rinnegando il maestro, egli rinnega drammaticamente se stesso.
Se Pietro dovesse prendere coscienza da solo di questo dramma, delle sconfortanti dimensioni della sua miseria, forse ne rimarrebbe schiacciato. Invece la presa di coscienza viene da uno sguardo d’Amore: quello di Gesù. Gli occhi del Maestro riportano alla luce, nel suo cuore, un ricordo: Gesù sapeva già, egli conosce profondamente il suo cuore, più di quanto non lo conosca lui stesso. Ora il Maestro non distoglie lo sguardo da Pietro, come per disprezzarlo, per rifiutare il traditore e troncare le relazioni con lui. Al contrario, Gesù lo guarda, quasi a ristabilire l’amore. Sembra quasi dire Gesù: “Ricordi Pietro? …ti avevo preannunciato che saresti stato fragile. Lo sapevo, ma come non ti ho rifiutato allora, conoscendo il tuo limite, così non ti rifiuto ora che il limite è divenuto scelta di peccato.”. Pietro esce e piange, di un pianto che non lo renderà disperato e rassegnato, ma che scioglie le nubi che opprimevano il suo cuore. Conosce se stesso, ma contemporaneamente conosce l’immenso Amore di Cristo, un amore che avvolge anche i suoi limiti in un solo abbraccio; un Amore che lo rinnova e lo fa rivivere. Per questo Amore, tra poco, Cristo salirà sulla croce, perché il suo dono non raggiunga solo Pietro, ma tutti noi. Contemplare la Croce significa sempre, per tutti noi, fare luce sulla nostra miseria, ma anche scoprire sempre di nuovo che essa è avvolta dall’Amore misericordioso di Cristo. Fare verità nel cuore è compito tanto necessario quanto duro, ma chi si lascia sostenere dall’Amore di Cristo nulla teme nel cammino verso il bene!

Guardarsi dentro

Dare morte o dare vita

Gv 8,1-11


In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. 
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. 
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». 


Stravolge i pensieri questo episodio del vangelo, ci obbliga a rivoluzionare il nostro punto di vista. La gente che va da Gesù è in cattiva fede, ma la donna che gli portano da giudicare è oggettivamente in errore. Che fare? Non condannarla significherebbe giustificare l’adulterio, consentire la lapidazione darebbe l’impressione a tutti che Gesù sia allineato con gli scribi e i farisei. Il Maestro però sorprende tutti con una posizione inattesa. Per lui nessun uomo è autorizzato a giudicare i fratelli in nome di Dio, e nessuno può permettersi di condannare in suo nome. Non si libera il mondo dal male e la società dalla piaga del peccato eliminandolo fuori di noi, ma estirpandolo dal nostro cuore. Questa gente si trova in difetto davanti a Gesù perché porta in cuore un peccato grave: hanno usato una donna come pretesto per accusare Gesù. Non interessa nulla a questa gente della verità, del bene, della necessità di combattere il peccato. L’unico desiderio che hanno in cuore è di fare il male a Gesù, e poco conta che il loro pretesto (la donna) sia fondato (…è realmente peccatrice). Gesù vuole fare il bene di tutti, a cominciare dagli accusatori: per il loro bene devono smettere di attaccarsi a pretesti, devono guardarsi dentro e riconoscere le loro intenzioni cattive. Devono estirpare il peccato dal loro cuore, e non nascondersi dietro alla legge di Mosè. Scribi e farisei si trovano in difetto; in silenzio ritornano a casa: hanno di che pensare e meditare. Ora è il turno della donna, davanti alla quale Gesù compie un’altra rivoluzione. Chiunque avrebbe concesso il perdono solo dopo una sincera intenzione di cambiamento, dopo aver visto dei frutti di conversione concreta. Per Gesù però, il perdono non è un premio per i meritevoli, per coloro che hanno fatto grandi sforzi. La sua misericordia viene prima della nostra volontà. Il Maestro perdona la donna, la guarisce, la rinnova, poi la rimanda a casa a vivere la vita concreta con l’impegno di cambiare vita, di non lasciarsi più ingannare dal peccato.  Il nostro compito non è di giudicare gli altri, ma di liberare il nostro cuore dal peccato, con l’aiuto di Dio. Nel nostro cuore, non fuori di noi, dobbiamo imparare a praticare la sua legge, ad accogliere la sua luce. Dalla nostra interiorità dobbiamo strappare il male. Questo vangelo ci pone una domanda fondamentale: quali desideri spingono le nostre azioni? Cerchiamo la verità e il bene o siamo sempre annebbiati dal desiderio di giudizio, dal rancore, dall’indifferenza, da una sottile sete di rivalsa o di vendetta? Questo brano è per noi anche splendida notizia: Dio non ci perdona per i nostri meriti, ma perché ci ama e cerca il nostro bene vero, cosa che a volte noi non riusciamo a fare. La sua Misericordia è per noi dono grande che non premia la conversione ma la suscita. Infatti, come si può sentirsi tanto amati, senza il desiderio di corrispondere a questo Amore? Lasciamo che l’insegnamento del Maestro rivoluzioni i nostri pensieri e ci renda uomini e donne capaci di ricevere e donare Misericordia.

Alzati, l'Amore ti attende!

Rivivere


Lc 15,1-3.11-32


Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»».


Quanta voglia di autonomia ci si porta dentro, quanto desiderio di fare di testa propria, di gestirsi da soli! Quante volte, persino la benevolenza la interpretiamo come un intralcio ai nostri progetti, l nostro fare da soli. Simo tutti un po’ figli minori, convinti che la vita non sia un dono di Dio da vivere in relazione con lui, convinti che essere liberi significhi non essere vincolati a nulla e a nessuno. Invece non è così. Questo figlio scopre che non si è svincolato da un peso, ma dall’amore del Padre, e chi si svincola dall’amore muore. Chi non è amato, perché si è allontanato dall’Amore, non vive che solitudine e tristezza. Quando questo figlio ritorna in se stesso però, nel suo cuore non trova solo le macerie della sua vita, i danni causati dai suoi errori, l’amarezza per i suoi peccati. Più in profondità, la dove le cose mettono radici stabili, questo figlio trova l’Amore. Lui è fuggito dall’amore, ma L’amore non è fuggito da lui. Nel profondo del cuore il ricordo dell’amore rinasce, e con esso, il desiderio di sentirsi di nuovo veramente amato. Suo padre non lo attende, gli corre incontro, e l’amore diventa per questo figlio risanamento. Non si cancellano i peccati, ma li si guardano come una realtà che non deve schiacciare, che può invece aiutare a cambiare vita, a crescere. E così la veste, i calzari, l’anello, sono il segno della riabilitazione, ma anche della responsabilità nuova che questo figlio è chiamato ad assumersi, non più da solo, ma ammonito dalle sue esperienze negative, illuminato e sostenuto dall’Amore. 

Abbi cura di te

Concretezza

Lc 13,1-9

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola,

Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».


Diceva anche questa parabola:
«Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».




Si presentano da Gesù con un caso di cronaca, e lui ne propone un altro, di genere un po’ diverso ma con esiti identici. In tutti e due i casi ci sono dei morti. Uccisi dalla violenza di Pialto, per di più mentre compivano un gesto religioso, oppure ammazzati da una torre che rovina loro addosso, questi morti suscitano in chi li guarda una domanda: Perché una simile disgrazia? Perché una morte del genere? Tra la gente si faceva presto a concludere che doveva esserci di mezzo un castigo divino. Per Gesù però tutti questi ragionamenti sono inutili. Davanti alla fragilità della vita è inutile andare a cercare cause, ponendo domande sulla vita degli altri. Ciascuno invece deve interrogare la sua vita, il suo cuore; ciascuno ha innanzitutto la responsabilità di prendere in mano se stesso. Interrogare le cose e i fatti della storia è fin troppo facile, ben più complesso invece è guardare e giudicare il proprio cuore, la propria interiorità. Anche rischiando superficialità o pregiudizio, facciamo presto a tirare conclusioni sulle cose degli altri, ma facciamo una gran fatica invece a impegnarci in un cambiamento concreto che tocchi il nostro cuore. L’impegno a migliorare noi stessi però è l’unico investimento che abbia davvero senso e utilità. Da parte sua, Dio Padre mette a nostra disposizione tutta la sua premurosa cura. Egli non è un Dio che taglia l’albero senza frutti. Al contrario, se ne prende cura perché porti frutti nel futuro. Perché allora non fare la fatica di guardarsi dentro? Perché non investire tempo ed energie nel ripulire sempre di nuovo il cuore, nell’indirizzare sempre di nuovo le energie verso l’unico vero bene?

Ravvivare la fiamma

Intimità

Lc 9,28-36

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. 
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. 
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». 
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.


Dio non resta indifferente davanti alla schiavitù che opprime il suo popolo in Egitto, manda Mosè a guidare i suoi figli verso la libertà. Per raggiungerla essi attraverseranno il mare rosso, un grande ostacolo superato con un grande miracolo.
Dio non resta indifferente davanti al suo popolo schiavo del peccato che porta alla morte. Manda il suo Figlio, ed egli per liberare l’umanità abita in essa. Gesù, vero uomo, sperimenta l’ostacolo della morte, e grazie al miracolo di Dio risorge da morte e spiana davanti al popolo di Dio la strada per la vita vera, piena, eterna. Ecco l’esodo di Gesù. Mosè ed Elia, rappresentanti della Legge e dei Profeti, rendono presente in maniera forte e viva accanto a Gesù la potenza della Parola di Dio. Proviamo a ricominciare dall’inizio: la missione di Gesù è difficile da vivere. Dal punto di vista umano essa sembra un fallimento. Gesù parla alle folle, molti lo ascoltano, ma chi lo prende sul serio? Egli annuncia misericordia ed ottiene avversione, parla di perdono ed ottiene violenza. La sua vita si avvia verso il passaggio più arduo e difficile, quello della croce. Dal punto di vista umano quel momento sembrerà il fallimento totale e definitivo della sua vita e della sua missione. Come affrontare questa enorme sofferenza senza la forza di Dio? Per questo Gesù, presi con se gli amici più cari, sale sul monte cercando intimità con il Padre. Ecco che cos’è la sua preghiera: un momento di relazione profonda, intima con il Padre. Nel cuore di Gesù e fuori di lui, l’intimità con il Padre si fa luce, la Parola (Mosè ed Elia) illumina il suo arduo cammino (il suo esodo), gli permette di guardare con decisione ai fatti che si compiranno a Gerusalemme (la condanna e la croce).

Come Pietro, Giacomo e Giovanni, anche noi rischiamo di non capire molto della fede, del regno di Dio, del suo misterioso crescere ed evolversi. Quella voce dal cielo “Questi è il figlio mio, l’eletto; ascoltatelo” attraversa i secoli e giunge a noi; ci chiede di ascoltare Gesù, di un ascolto profondo che diventa imitazione. Anche noi, come lui, non possiamo affrontare il cammino della fede senza questa intimità. Non possiamo essere fedeli all’amore se non lasciandoci illuminare da questa luce. Non saremo capaci di dare senso agli eventi della vita, di affrontare con coraggio le sofferenze senza la sapienza di questa parola. Abbiamo bisogno di salire sul monte della preghiera. Abbiamo bisogno di ascoltare il Vangelo, ma dentro l’intimità con Dio. Allora esso ci parlerà, allora diventerà luce e forza per il cammino; allora non temeremo di fallire, ma sapremo vivere amando, senza che nulla possa ostacolare il nostro entusiasmo, annebbiare la nostra speranza, spegnere il nostro calore.